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| Le Caverne dei Briganti |
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Caverna del brigante Papa Ciro La Caverna del brigante Papa Ciro (pu. 536) è una tipica cavità naturale di sbocco di un’antica canalizzazione carsica che si apre sul bordo orografico W della gravina, sotto l’omonimo monte a 352 m slm, in territorio di Martina Franca. Un ampio ingresso, nascosto dalla vegetazione, immette in una grotta orizzontale avente direzione NW-SE profonda 35 metri, larga 6 e alta in media 2. In fondo alcuni cunicoli conducono in basse cavernette terminali che portano lo sviluppo planimetrico complessivo a 52 m. Ciro Annicchiarico detto Papa Ciro o Papa Ggiru (Grottaglie, 15 dicembre 1775 – Francavilla Fontana, 8 febbraio 1817) è stato un presbitero e brigante pugliese. Vissuto all'inizio del XIX secolo, della vita di Papa Ciro da religioso non si hanno molte notizie, eccetto che fu prete a Grottaglie e dopo essere stato accusato di un omicidio per motivi passionali, avvenuto il 16 luglio 1803, si diede alla macchia al fine di sottrarsi all'arresto. Nei fatti, una violenta rivalità era nata tra don Ciro e don Giuseppe Motolese, un collega della parrocchia di Grottaglie e figlio della ricca borghesia del paese, entrambi innamorati di tale Antonia. Braccato dai gendarmi, ben presto raccolse intorno a sé una nutrita banda di tagliagole con i quali fondò la setta dei Decisi, dandosi al brigantaggio e spadroneggiando per oltre 15 anni nella zona di Francavilla d'Otranto, oggi Francavilla Fontana. Al termine delle scorribande, don Ciro riparava sulle alture boschive del territorio di Martina Franca, spesso sul monte o all’interno di una caverna che ancora portano il suo nome. La prolungata impunità della setta, venne favorita dalle alterne vicende politiche e dal conseguente stato di incertezza legale, causato dalla conquista napoleonica del Regno di Napoli. In seguito al trattato di Casalanza, la monarchia borbonica fu restaurata ed il re, Ferdinando I, intese risolvere il problema del brigantaggio in Puglia, affidando il compito al generale Richard Church. L'azione del militare irlandese nei confronti dei briganti fu rapida ed efficace. Durante la campagna, la setta dei Decisi venne localizzata nel gennaio 1817 e battuta dalle truppe regolari a San Marzano. Asserragliatosi con i suoi fedelissimi nella torre di Masseria Scasserba, Papa Ciro tentò l'ultima resistenza, ma venne costretto alla resa ed arrestato il 7 febbraio, per essere fucilato nella pubblica piazza di Francavilla d'Otranto, il giorno seguente. Durante l'interrogatorio, il sacerdote-brigante confessò di essere l'autore materiale di 70 omicidi(1). Alcuni storici sostengono che l'immediata fucilazione di Papa Ciro fu sollecitata dai nobili latifondisti martinesi delle Murge che, negli anni precedenti, avevano assoldato il brigante e la sua banda per compiere vendette personali ed altri illeciti, allo scopo di mantenere sottomessa la popolazione, fomentata dagli ideali di uguaglianza inoculati dal dominio napoleonico.
Caverna del brigante Pizzichicchio La caverna è stata individuata nella primavera del 2000 dai soci del Centro Speleologico dell’Alto Salento (ex C.D.G.M.) e si apre sul versante orografico orientale della gravina di S. Elia in territorio di Massafra (Grotta S. Elia – sin. Grotta del brigante Pizzichicchio Pu. 1651). Si presenta con un’ampia apertura larga 13 metri e alta 5,5 che conduce in una cavità profonda 16 metri che si restringe progressivamente ad imbuto. Dai pastori del luogo è conosciuta con sinonimo di “Grotta Coppolecchia” per differenziarla da un’altra distante 500 metri denominata “Coppola grande” Il brigante Cosimo Mazzeo detto “Pizzichicchio”, nato a San Marzano nel 1837, fu uno dei signori più temuti e importanti del brigantaggio meridionale. Leader incontrastato di una vasta zona del tarantino, era circondato da un gruppo di fedeli come Francesco Maniglia, Tito Trinchera (insieme ad una cinquantina di fedelissimi). La banda Pizzichicchio era adorata dai contadini poveri e temuto dai possidenti, il Pizzichicchio era considerato un bandito paterno verso gli oppressi e gli sfruttati, collaborò con Romano e Lavaneziana alla presa dei comuni di Carovigno, Erchie e Cellino San Marco. In un rapporto del comandante dei Reali Carabinieri Alloisio è scritto “… il famoso Pizzichicchio frequenta in fatti la masseria Mezza Coppola sita sul monte S. Elia da che si trae origine che il massaro ne sia manutengolo e la massara amante di lui. Quella masseria per la sua posizione riescevi (di) assai difficile sorveglianza, onde le orde brigantesche si ricoverano in essa con maggiore facilità. Da tali frequenza è nata familiarità con Pizzichicchio che questi ora la fa padrone come la fa anche in varie altre masserie del bosco della Chianella, le cui massare hanno per lui una certa predilezione”. Un’altra testimonianza ci viene da un certo Angelo Ricci di anni 35 di Massafra, pastore presso la masseria Sacchemma situata nei pressi di Mezza Coppola che parla di una retata di agnelli ad opera del Pizzichicchio insieme ad altri quattro briganti “… che furono portati a Mezza Coppola e preparati dalla massara Fumarola. Quando furono cotti gli stessi venivano portati nel bosco Cernera, in una caverna, ove stavano riuniti gli altri compagni di Pizzichicchio”. Riesce difficile capire fino a qual punto fossero intrecciati i rapporti tra il famoso brigante e la bella massara martinese Addolorata che voci ricorrenti davano come affettuosi e amorosi. Le attenzioni del Pizzichicchio per Addolorata erano d’altronde suffragate e confermate dal fatto che la masseria Mezza Coppola non subì mai, in quegli anni, azioni di disturbo o grassaggio tranne il minuto vettovagliamento. La storia d’amore si chiudeva con l’arresto del Pizzichicchio avvenuto il 3 gennaio 1864 e con la successiva sua fucilazione a Potenza per sentenza di quel Tribunale Militare (legge Pica).
Caverna del brigante sergente Romano (alias Errico la morte) Partendo dall’attuale masseria Signora nel territorio di Martina Franca, dopo qualche centinaia di metri, inizia la gola carsica conosciuta come gravina del Vuolo, che incide per alcuni chilometri le utime propaggini collinari dei monti delle Pianelle. In questo paesaggio suggestivo, ancora impervio, fatto di pareti a strapiombo e ripidi pendii, tra radure verdeggianti e una folta boscaglia di querce, sono state individuate dagli speleologi circa una dozzina di grotte e ripari sotto roccia. La più grande si apre alla base di una imponente falesia calcarea che si eleva maestosa dalla folta vegetazione sul versante orografico W della gravina (Grotta del Vuolo n. 1 – sin. Grotta del sergente Romano Pu. 899). Un’ampio ingresso a semicerchio immette in un ambiente dalla forma quasi rettangolare con il lato maggiore lungo 28 m. Difronte all’ingresso, percorsi 17 metri, un’apertura conduce in una stanza sopraelevata di 10 metri per 14. Nell'agosto 1862, i briganti delle province di Bari e Lecce, per ordine del comitato centrale romano, convennero al bosco Chianella, nelle adiacenze di Martina Franca, per dare unità direttiva al movimento reazionario e fondere in una grande compagnia tutte le torme fin allora frazionate e disperse. All'adunanza, che fu tenuta nei profondi recessi di una vicina grotta, capace di oltre ducento cavalli, parteciparono il sergente Romano, Mazzeo, Valente, La Veneziana, De Palo, Trinchera, Locaso, Monaco, Terrone, Testino; e tutti riconobbero l'opportunità dell'accordo, nel duplice intendimento di fronteggiare con maggiore vigoria le ostilità sempre più minacciose della truppa ed effettuare con sollecitudine il vagheggiato programma della restaurazione borbonica. Giurati i vincoli dell'alleanza e costituita un'orda di circa ducento uomini, quasi tutti a cavallo, il sergente Romano, che fra quelle turbe destituite d'ogni cultura eccelleva per intelligenza ed autorità, ottenne il comando supremo con il grado di "maggiore", mentre gli altri condottieri, in conformità alle attitudini personali e a seconda del maggiore o minor numero di seguaci fino ad allora capeggiato, furono eletti capitani, sergenti e caporali. Orgoglioso di tanto onore, il Romano si accinse all'opera, proponendosi di esplicare un'azione gagliarda; e poiché la provincia di Bari, ove già si andavano concentrando numerose forze, non porgeva facili speranze di riscossa, pensò, d'accordo con gli altri caporioni, di trasferire il campo delle operazioni nel Brindisino. Pertanto, ai primi di settembre, la grande comitiva era già nella penisola salentina, e quivi per lo più si trattenne fino agli ultimi giorni di novembre. Il vandalismo agrario e le stragi, che per un intero trimestre desolarono quelle cittadinanze, sorpassano ogni immaginazione: smantellate le masserie dei liberali, bruciate le messi, interrotte le comunicazioni, sospeso il traffico: tutta la vita economica e civile della regione fu sottoposta all'arbitrio dei reazionari, la cui baldanza trascese a tali eccessi che agli occhi del popolino e della stessa borghesia parve addirittura imminente il crollo dell'edificio nazionale e il ritorno del decaduto monarca. Ma dopo il conflitto della Badessa, il Romano, che con la sua tormentosa guerriglia aveva attratto nel Leccese molte forze regolari, pensò di sottrarsi all'urgente pressione della truppa, trasferendosi nella pristina sede di Chianella. Partito dal litorale adriatico, il 21 novembre, per l'istmo collinoso della penisola messapica, fra Brindisi e Taranto, - discese nell'opposto versante. La notte del 22 si fermò con tutta la banda alla fattoria Santoria, nei dintorni di Torre Santa Susanna, e la mattina seguente, provedutosi colà di viveri e di biada, si accinse a partire, dichiarando in arresto il massaro De Biase, reo di avere obbligato i suoi contadini ad acclamare Vittorio Emanuele re d'Italia. Indotti dalle vive insistenze dei familiari di quell'infelice, i masnadieri consentirono di rilasciarlo, previo riscatto di mille piastre; e poiché quelli ne offrivano solo trecento che avevano a disposizione, rigettarono la proposta con parole di sdegno. Gli sventurati, lacrimando, chiesero una breve dilazione per procacciarsi la somma vistosa; ma i banditi, specialmente Pizzichicchio che conduceva le trattative, non accolsero neppure tale richiesta e trascinarono via, in groppa ad un cavallo, il vecchio patriota, che nella macchia di Avetrana incontrò la pena di morte con armi da fuoco e da taglio. Dalla fattoria Santoria,- nelle ore antimeridiane del 23 i ribelli prendono la via di Erchie e sostano alcune ore presso il piccolo villaggio, dove, a somiglianza di Grottaglie, Crispiano, Statte, Carovigno, Palagianello ed altri Comuni del Leccese, si rinnovano le solite dimostrazioni popolari inneggianti al Borbone e alla fede. Verso mezzogiorno si allontanano di là, incamminandosi verso la marina ionica; durante la notte successiva si attardano fra i boschi di Maruggio, nei quali abbandonano un compagno di Santeramo in Colle, moribondo per le gravi ferite riportate in Erchie; e sul mattino del 24, per i territori di Grottaglie, Massafra, Mottola, devastando masserie, rompendo fili telegrafici e schivando fra mille peripezie gli incontri con la truppa, arrivano al bosco Chianella, ultima tappa del periglioso e lungo itinerario. In questo mezzo il Romano, imbaldanzito di tanti prosperi successi, medita un folle disegno: fondersi con la banda Crocco, muovere su Brindisi e impadronirsi della Terra d'Otranto; indi, raccolte grandi masse di popolo, correre su Gioia, Noci ed altri comuni del Barese,- inalberando dappertutto il - vessillo della controrivoluzione. Allettato dal chimerico piano, spedì messi al Donatello, che si trovava in Basilicata, e mandò in giro per le campagne otto manipoli di arruolatori, affine di raccogliere gente, armi e cavalli. Se non che Carmine Crocco, cui la politica serviva di pretesto ad accumular quattrini, dapprima richiese alcuni giorni di tempo per una definitiva risposta, e poi, adducendo futili motivi, dichiarò senz'altro di non poter assecondare l'iniziativa del temerario collega. Il sergente Romano, intanto, rafforzata con nuove reclute la compagnia, esce dal bosco di Chianella in cerca di nuovi trionfi; ma le milizie italiane, rese ormai vigili ed esperte dalla dura esperienza, lo attendono al varco. Sul cadere del primo dicembre, l'intera compagnia si ferma alla masseria dei Monaci di San Domenico, tra Noci ed Alberobello. Erano lì presenti circa centosettanta uomini con tutti i caporioni del brigantaggio salentino e barese: Romano, La Veneziana, Pizzichicchio, Monaco, Valente, Quartulli, Locaso, De Palo ed altri. Il sedicente maggiore ordina alla ciurma di scendere da cavallo e di riposarsi nell'ampio caseggiato, mentre lui, espertissimo dei luoghi, con quaranta seguaci, va in cerca di viveri e foraggi. Molti dei banditi si andavano adagiando nei fienili, ed altri si apprestavano a desinare o attendevano al governo dei cavalli, quando, d'improvviso, la sedicesima Compagnia del decimo Reggimento di Fanteria, condotta dal capitano Molgora, sbuca fuori dalle circostanti macchie e piomba sui masnadieri scompigliati e dispersi. La Veneziana, Pizzichicchio e Valente, chiamati a raccolta i compagni, affrontano i soldati e si battono coraggiosamente in prima linea. Mentre la mischia infuria e la banda già ripiega, sopravviene il Romano, che era atteso con ansia; ma scorto il disordine dei suoi e il sopravvento della truppa, getta via le insegne del comando e, postosi in capo il berretto di un compagno, volge le terga. Alla fuga del condottiero segue una rotta piena ed irreparabile: muore La Veneziana, son feriti Pizzichicchio e Quartulli, cade prigioniero Scipione De Palo con altri nove banditi, e son catturati più di ottanta cavalli con armi e bagagli. Trentacinque briganti, che riposavano in un pagliaio e non presero parte alla zuffa, sfuggirono per miracolo alla cattura; dei restanti, molti, col favore delle tenebre sopraggiunte, se ne andarono - ai loro paesi; altri, dopo essersi aggirati per molte ore fra i boschi, tornarono alla grotta Chianella. Capi e gregari, superstiti di una grave sconfitta, tennero un'adunanza; e dopo una vivace discussione, durante la quale si coprirono di villanie, accusandosi d'imperizia e di viltà, decisero lo scioglimento della comitiva. La sera del 7 dicembre, i vari capi partono per vie diverse: Valente, con sedici o diciassette compagni per Carovigno; Monaco con altrettanti per Ceglie Messapica; il Capraro per Ginosa; e Pizzichicchio, riavutosi dalla ferita, per la Basilicata. Quindici fuoriusciti, avendo espressa la risoluta volontà di abbandonare la masnada, sono dichiarati vili, e quindi licenziati. Il Romano, diminuito di autorità e di grado, resta nelle Chianelle con una cinquantina dei più antichi e fedeli proseliti. Era completa la dissoluzione, imminente la sua fine.
(1) Registro dei Reati della Corte d'Assise - Archivio di Stato di Taranto
Bibliografia Franco Orofino, Grotte e voragini di Martina Franca, Supplemento a “L’alabastro”, 6(5), 1970.Vitantonio Nino Martino, Il segreto del bosco, Fasano, 1991. Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d'Italia (1815-1818), Bari, 1942 e Longanesi, Milano, 1982 A. A. Giovinazzi, Pizzichicchio e Mezza Coppola, Cenacolo, XI-XII (1981-1982), Martina Franca. Silvio Laddomada, Prima di Martina – Gli avvicendamenti umani in grotta e nel territorio dal paleolitico al medioevo, C.D.G.M., Martina Franca, 1999. Silvio Laddomada, Scoperte nuove grotte nella gravina di S. Elia nel territorio di Massafra, Annuario C.D.G.M., p. 4, Mottola, 2000. Mario Bozzi, Simona Gritti, Silvio Laddomada, La Grotta di Pilano – Martina Franca (Taranto) Giacimento paleolitico in gravina, Atti del Raduno Nazionale di Speleologia “Spelaion”, 2003 Nicola Bitetti – Francesco Genoviva, Il sergente Romano brigante terribile, Fasano, 1999. Rosario Quaranta, La vera storia del prete brigante. Don Ciro Annicchiarico, Edizione del Grifo, Frattamaggiore, 2006
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 23 Luglio 2009 21:30 |