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ATTIVITA’ SPELEOLOGICA 2009
NUOVE CAVITA' CARSICHE ESPLORATE NEL TERRITORIO DELL'ALTO SALENTO
Nuove cavità naturali sono state scoperte ed esplorate dal Centro Speleologico dell’Alto Salento durante l’attività speleologica effettuata nel 2009 nelle aree carsiche del tarantino. Di particolare interesse sembrano essere alcune grotte con tracce di frequentazione umana, presumibilmente di tipo cultuale, a testimonianza di una fase di popolamento antico dei primi avamposti murgiani ionici. I risultati delle ricerche sono in corso di stampa su CVLTVRA IPOGEA 2009 Il “parco sotterraneo” delle “cento masserie” di Crispiano (Taranto).
CERAMICA PREISTORICA INGLOBATA NELLA CONCREZIONE INDIVIDUATA IN UNA GROTTA DELLE PIANELLE L’esplorazione di una caverna, che si apre nella gravina del Vuolo in territorio di Martina Franca, ha riservato alcune interessanti sorprese: sotto uno strato calcitico sono stati notati dei frammenti di ceramica che, dall’impasto, sembrano appartenere ad un periodo preistorico. I cocci, probabilmente riferibili a contenitori di media grandezza, sono completamente inglobati nel deposito calcitico che si è formato a seguito dello stillicidio. I resti, per adesso, sono stati documentati fotograficamente in quanto, contestualmente alla segnalazione del rinvenimento alla Soprintendenza, riteniamo che tutta la cavità andrebbe meglio indagata per accertare la presenza di altri frammenti o vasi integri giacenti nelle stesse condizioni. Hanno partecipato i soci Franco Cardone, Silvio Laddomada, Nicola Marinosci, Antonio Pinto e Alfonso Trisolino.
BRECCIA OSSIFERA SCOPERTA IN UNA CAVERNA SOTTO I MONTI DEL DUCA TRA MARTINA FRANCA E CRISPIANO Attraverso un ampio ingresso che si apre sotto il versante occidentale della scarpata dei Monti del Duca, nel territorio di Martina Franca, si accede in una canalizzazione carsica di sbocco delle acque meteoriche che originariamente convogliavano nelle sovrastanti doline del bacino idrogeologico delle Murge sud-orientali. La caverna, profonda alcune decine di metri, conserva nel tratto iniziale consistenti lembi di breccia ossifera che anticamente aveva obliterato l’ingresso fino ad una altezza di La scoperta è stata fatta dopo aver individuato, sotto la volta della cavità, una breccia con resti di fauna pleistocenica associata a strumenti in selce. Queste tracce testimoniano che in passato la cavità venne stabilmente frequentata dalle popolazioni del paleolitico medio (Uomo di Neandertal) e da quello superiore (Uomo Sapiens moderno). Le mutate condizioni climatiche, unitamente ad una fase di ringiovanimento idrico della cavità carsica, devono aver procurato il dilavamento di una consistente porzione del deposito pleistocenico. Sarebbe interessante, in ogni caso, verificare la consistenza degli orizzonti preistorici sotto l’attuale piano di calpestio, dove si notano resti di fauna appartenenti a grossi mammiferi (Uro, Cavallo e Cervidi). La scoperta è stata segnalata al prof. Paolo Boscato del Dipartimento di Archeologia – Sezione di Preistoria dell’Università di Siena. Hanno partecipato i soci Silvio Laddomada, Nicola Marinosci, e Antonio Pinto. SCOPERTA NELLA GROTTA DI LEUCASPIDE (STATTE) UN’ISCRIZIONE GRAFFITA BIZANTINA FUNERARIA Da circa due anni il Centro Speleologico A.S. di Martina Franca va conducendo una serie di campagne speleologiche nelle aree carsiche del “Parco delle Gravine”. Recentemente, effettuando ulteriori ricerche nella Grotta di Leucaspide, una cavità naturale che si sviluppa negli strati calcarei affioranti lungo l’omonima gravina, sono state scoperte alcune iscrizioni a circa Già nel settembre 2007, durante alcuni sopralluoghi effettuati insieme al Prof. Rosario Jurlaro, furono individuate delle superfici parietali interne (circa una dozzina) che un tempo erano affrescate. Queste tracce residue si riscontrano fino a Lo studio di queste testimonianze oltre che dal Prof. Rosario Jurlaro sono condotte dalla Prof.ssa Linda Safran (Università di Toronto) e dal dott. Vito Fumarola, collaboratore del Prof. Cosimo Damiano Fonseca. L’iscrizione graffita in caratteri greci, probabilmente funeraria, ora rinvenuta, si attesta come un caso di grande rilevanza nel panorama della civiltà rupestre medievale in Puglia mentre, per il patrimonio delle chiese-grotta dell’area della provincia ionica, costituisce la più antica iscrizione datata nota a tutt’oggi nel contesto di un corredo epigrafico in cui prevale il repertorio delle scritte in latino. L’iscrizione di Grotta Leucaspide è datata all’anno dalla creazione del mondo 6842, vale a dire al 974 dell’era cristiana. Costituisce una preziosissima fonte d’informazione legata alla committenza devozionale sia che si tratti di una iscrizione legata ad una inumazione sia che si tratti, caso infrequente, di una iscrizione che evoca uno scomparso affresco o uno scorcio di parete interessata da più pannelli. Ipotesi improbabile quest’ultima dal momento che generalmente le iscrizioni devozionali vengono apposte sul pannello iconografico; ma se tale ipotesi dovesse essere in un certo qual modo suffragata l’iscrizione potrebbe offrire un valido aiuto nella datazione della decorazione parietale (a partire quindi dal 974). Per la Puglia, infatti, è noto che, per quanto riguarda la decorazione parietale, il più antico affresco datato è quello della cripta di Santa Cristina di Carpignano – Lecce, accreditata come chiesa privata con destinazione funeraria (all’incirca contemporanea con il S. Pietro di Otranto). Cristina è la Santa titolare dell’invaso sacrale in quanto raffigurata diverse volte o in pannelli singoli o insieme con altri santi. L’iscrizione votiva dipinta in caratteri greci di Carpignano è del 6467, cioè 959 dell’era cristiana, anteriore quindi di 15 anni rispetto all’iscrizione graffita di Leucaspide. Si tratta delle immagini di Cristo benedicente in trono nell’absidiola destra che si apre sulla parete est della cripta, ai lati della quale sulla parete piana campeggiano le immagini della Vergine a sinistra, dell’Arcangelo Gabriele a destra: l’Annunciazione. Presso il trono di Cristo, a sinistra, compare l’iscrizione in greco che ricorda sia il committente, il prete Leone e la moglie Crisolea, sia l’iconografo, il pittore Teofilatto che realizzò tali affreschi. L’iscrizione bizantina di Grotta Leucaspide, che presenta notevoli difficoltà di lettura, pare sia stata graffita in memoria di un Vincenzo il 10 luglio del 6482/974 da un Giovanni. E’ posta su tre righe orizzontali delle quali la prima inizia con una croce che anticipa il nome Vincenzo. La scrittura di Grotta Leucaspide è graffita a mano libera e non mostra linee guida come quelle di molte iscrizioni esegetiche, apocalittiche o votivo-deprecatorie tipiche del repertorio iconografico rupestre. Il ductus, difforme, ora dritto ora inclinato, ora rotondeggiante ora acuto, riferibile a mano poco esperta, sembra attestare l’uso privato, occasionale, di una scrittura non strettamente dipendente dai modelli grafici di tipo monumentale in voga, cioè di una scrittura usuale di quel tempo e di quel luogo. Probabilmente lo scopo funerario dell’iscrizione in un ambiente rurale, come la nota gravina del Tarantino in questione, ha fatto sì che l’elemento grafico avesse un ruolo subalterno rispetto all’apparato iconografico che pur nei lacerti superstiti richiama un pregevole consistenza decorativa (attestata sin dall’ingresso nell’antro) accompagnata, presumibilmente, anche da una dovizia di iscrizioni esegetiche e devozionali. Tuttavia, nonostante le grandi difficoltà di lettura che lasciano ancora irrisolte alcune analisi interpretative, per i dubbi ancora non sciolti riguardanti alcune lettere-indizi, sicuramente eloquenti per l’occhio attento del paleografo, l’iscrizione bizantina di Grotta Leucaspide riveste una grande importanza per il messaggio trasmesso attraverso il tempo. Ben a ragione merita uno studio più approfondito per soddisfare una serie di curiosità che aiuterebbero a meglio inquadrare l’ambito spaziale, sociale e culturale di riferimento della complessa gravina nonchè a ricostruire l'originaria sistemazione del manufatto (rinvenuto a Nel campo delle iniziative editoriali manca un corpus nazionale delle iscrizioni bizantine datate in grado di offrire allo studioso elementi utili e preziosi per necessarie comparazioni. E’ importante infatti individuare una serie di elementi come peculiarità e particolarismi epigrafici nonché aspetti paleografici, linguistici e filologici facendo leva sul continuo confronto con il patrimonio epigrafico bizantino nazionale o regionale. Scarne sono le fonti epigrafiche bizantine in Puglia (manca infatti un corpus regionale) fatta salva la serie di studi epigrafici condotti da André Guillou (Recueil des inscriptions grecques médiévales d'Italie) e da Andrè Jacob (Inscriptions byzantines datées de la province de Lecce. Capignano, Cavallino, S. Cesario, “Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei”, Roma 1983) che ha dedicato la sua attenzione altresì ad un’ampia area della Terra d’Otranto: Copertino, Taurisano, Andrano, Alessano, Casaranello. Anche per il Tarantino sono esigue le fonti storiche o documentarie sulla popolazione greca medievale, in specie se ci si riferisce ai contesti rurali che pure sono stati indagati abbondantemente attraverso gli studi del Caprara che tuttavia a graffiti e ad epigrafi ha dedicato lunga e particolare attenzione (Società ed economia nei villaggi rupestri. La vita quotidiana nelle gravine dell’arco Jonico Tarentino, Fasano 2001; Il villaggio rupestre della gravina Madonna della Scala a Massafra, Crispiano 2009). Recentemente, invece, di iscrizioni bizantine (funerarie, d'apparato, "instrumentum domesticum" etc.) lungo un arco cronologico compreso fra IX e XVI si è occupata Paola Piliego (Le iscrizioni medioevali bizantine dei casali di Quattro Macine ed Apigliano in Terra d'Otranto, Tesi di Specializzazione in Epigrafia Cristiana, Università degli Studi di Bari, A. A. 2005 – 2006; Un’iscrizione bizantina inedita dal Casale medioevale di Quattro Macine in Terra d’Otranto, Taras XXIV, 1-2 (2004) - XXV, 1-2 (2005), pp. 147-156).
L’INSIGNE EPIGRAFISTA PROF. ROBERTO CAPRARA CONFERMA LA SUA CHIAVE DI LETTURA SULL’ISCRIZIONE BIZANTINA DEL 974 RINVENUTA NELLA GROTTA DI LEUCASPIDE. Nel numero del 24 gennaio, il “Corriere del Giorno” ha pubblicato, con doveroso e buon rilievo, la notizia della scoperta da parte dell’attivo Gruppo Grotte di Martina Franca, di una iscrizione bizantina di x secolo nella Grotta di Leucaspide. Poiché l’iscrizione mi è nota sin dall’ottobre del 2009, ritengo doveroso fornire ai lettori, da epigrafista che legge da mezzo secolo i graffiti nei siti rupestri – per un ampliamento delle loro conoscenze – alcune informazioni sui risultati dello studio che vi ho condotto, rendendole in linguaggio semplice ed accessibile e non in “archeologhese”. Innanzitutto, per tributare a Cesare quel che è di Cesare, devo dire che, pur avendo visitato la grotta molti anni fa, forse anche per la precarietà delle attrezzature di illuminazione di cui disponevo, non riuscii a vedere l’iscrizione e dobbiamo gratitudine agli speleologi martinesi. Una fotografia della non facile iscrizione mi fu, comunque, fornita dal professor Rosario Jurlaro, mio vecchio amico e notissimo studioso – al quale la avevano inviato gli scopritori, senza però indicargli il luogo di rinvenimento – alla fine di ottobre, con la preghiera di provare a leggerla. Cosa che io feci e comunicai al professor Jurlaro il 9 novembre. Se non l’ho pubblicata sin ora, è stato per deferenza al mio vecchio amico, che riteneva avesse intenzione di pubblicarla lui, ma continuare a tacere non ha più senso or che la notizia è stata divulgata. L’iscrizione, di cui non posso indicare le dimensioni perché ho lavorato su una fotografia e non ho ancora conoscenza autoptica della stessa si sviluppa su tre linee ed è estremamente rozza nel duxtus delle lettere di modulo assai diverso, graffite senza linee guida e ricca di incertezze di ogni genere, cosa non inconsueta per chi conosce l’epigrafia bizantina vernacolare. Comunque, la trascrizione del testo è agevole e. traslitterata nell’alfabeto latino, recita + BIKENTIO <V> TH<O>M<BOS> + I 6482 ET +(OY)<S> IY LI EtzoE + IO. Nella prima linea, dopo una crocetta equilatera, è un nome, Bikentiou, ma l’inesperto lapicida ha dimenticato la ipsilon finale del genitivo voluto dal termine thumbos seguente. Vincenzo è destinatario dell’iscrizione, verosimilmente funeraria, se interpretiamo correttamente il th<o>m[bos] seguente – che difficilmente potrebbe essere sciolto in altro modo – e passiamo sopra la scorrettezza grafica che vede un o in luogo di una upsilon, cosa che abbiamo segnalato ponendo l’o fra parentesi apicale. Va però osservato che gli ellefoni della nostra regione vivevano in stretto contatto con una maggioranza di parlanti i dialetti romanzi, nei quali già il latino tumba veniva pronunziato “tomba” e può averne subito l’influsso. La linea termina con un’altra minuscola crocetta equilatera, cui segue un’asta verticale che abbiamo trascritto con I ma non è spiegabile e forse è solo un segno graffito per iniziare altra parola che poi l’autore ha preferito riportare alla linea seguente. Qui, infatti, è la data, nella quale è da notare il particolarissimo ductus angolato dello stigma iniziale, che forse si era incominciato a graffire nella linea precedente. La data, comunque, è chiara, l’anno 6482 della creazione del mondo, secondo il computo bizantino che poneva la creazione del mondo all’anno 5508, e corrisponde, quindi, all’anno 974 della nostra era. Segue il termine etou<s>, con dittongo ou “a fiocco”, che indica “anno”, proposto alla data anziché anteposto come di consueto. E la seconda linea termina con IY che continua nella terza linea LI, che è il mese di luglio. Difficile si presenta l’interpretazione dei segni seguenti ETzOE, salvo che non si voglia pensare che et sia l’abbreviazione consueta di un altro etous “anno” e zoe voglia significare “egli vive”, come spesso si trova nelle iscrizioni cristiane, che affermano che il morto vive in Cristo. La sigla Io finale, con segno d’abbreviazione soprascritto, è certamente l’iniziale del nome Ioannes, che è quello di chi ha posto l’iscrizione, che dunque significa TOMBA DI VINCENZO ANNO 6482. <MESE DI> LUGLIO <DELL’ANNO>. EGLI VIVE. GIOVANNI <POSE> Dal Gruppo martinese, e in particolare dagli stimati studiosi Silvio Laddomada e Vito Fumarola, citati nell’articolo e a me ben noti, attendiamo ulteriori informazioni, particolarmente riguardanti la situazione dei luoghi. Sarebbe di estremo interesse sapere se, durante l’esplorazione, hanno rilevato tracce di tombe nella grotta. Nel caso non ve ne siano tracce, l’iscrizione sarebbe soltanto commemorativa e il termine thumbos, invece che “tomba” andrebbe interpretato come “sepoltura” che sarebbe però fisicamente stata effettuata in altro luogo. Cosa assai probabile, data la mancanza dell’indicazione del giorno e il vago riferimento al mese di luglio. A parte la considerazione che le iscrizioni epitimbie a me note iniziano generalmente con entade chithe, “qui giace”, come dimostrai nell’ottobre scorso nel secondo convegno sui siti rupestri a Vasanello (Viterbo) nel corso di un’accesa discussione con chi erroneamente sostiene che le iscrizioni devozionali sui dipinti delle chiese rupestri siano da interpretare come iscrizioni funerarie. N.B.: Nella trascrizione di sono usate le parentesi tonde per sciogliere abbreviazioni o nessi e quelle apicate per correzioni o integrazioni. Prof. Roberto Caparra L’eremo perduto scoperto nella grotta carsica di Leucaspide a Statte (Taranto) a cura di: F. Cardone, S. Laddomada, N. Marinosci, A. Pinto, A. Trisolino
Durante le esplorazioni sistematiche delle grotte murgiane effettuate negli ultimi decenni dal Centro Documentazione Grotte Martina prima e da quello dell’Alto Salento poi, è emerso un aspetto della frequentazione in grotta, quello cultuale medievale, finora poco noto, o del tutto sconosciuto, ritenuto una esclusività delle grotte artificiali delle gravine ioniche e adriatiche. Tutto è iniziato dal rinvenimento casuale nella Grotta di Nove Casedde di diversi graffiti su una parete di calcite liscia che delimitava una pozza d’acqua delle dimensioni di una vasca da bagno, alimentata dal continuo stillicidio stalagmitico, sono inscrizioni votive e disegni di tipologia medievale che richiamavano i graffiti della Grotta di San Michele sul Gargano. Successivamente la ricerca è stata estesa a tutte le grotte della Murgia dei Trulli che presentavano caratteristiche simili, ossia la presenza di pozze d’acqua. Il risultato è stato sorprendente. Graffiti sono stati scoperti nelle grotte: Sant’Angelo o degli Schiavoni a Martina Franca, di San Michele a Ceglie Messapica e Putignano, Del Lume a Castellaneta, di S. Angelo in Criptis a Santeramo, quest’ultima grotta, già visitata dagli speleologi martinesi alla fine degli anni ottanta, è oggi oggetto di studio da parte di altri ricercatori. La documentazione fotografica dei graffiti, completata dal socio Vittorio De Michele, e stata pubblicata nella Rivista Speleologica CVLTVRA IPOGEA 2008. I graffiti di epoca medievale rinvenuti sugli speleotemi di alcune cavità della murgia sud-orientale TOUR SPELEOLOGICO CON GLI SPECIALISTI DI PREISTORIA DELL'UNIVERSITA' DI SIENA In occasione della Mostra su Darwin, inaugurata a Bari il 23 novembre 2009, erano presenti in Puglia i Professori Annamaria Ronchitelli, Paolo Gambassini e Paolo Boscato del Dipartimento di Archeologia – Sezione di Preistoria dell’Università di Siena. Il Centro Speleologico dell’Alto Salento, che da diversi anni svolge la propria attività nei territori carsici del brindisino e del tarantino, ha colto l’occasione per invitare i ricercatori a visitare alcune cavità dove nelle precedenti esplorazioni erano state riscontrate tracce preistoriche e paleontologiche. Nelle grotte visitate sono stati effettivamente individuati resti archeologici risalenti al paleolitico medio-superiore. Attualmente conducono una campagna di scavi nel Riparo dell’Oscurosciuto, (gravina di Ginosa). Uno dei giacimenti musteriani più importanti in fase di studio in Puglia e in Italia. La cavità naturale venne individuata anni fa dal prof. Pietro Parenzan del Centro Speleologico Meridionale ed è stata recentemente catastata con n. 1650 Pu. dal nostro Gruppo.
Grotta di Leucaspide – Statte (Ta) Individuati i resti di un ciclo di affreschi rupestri medievali. Le pitture furono realizzate fino a 110 metri dall’ingresso e risultano le più profonde finora scoperte in una grotta carsica pugliese + (Rassegna stampa). La cavità carsica si sviluppa negli strati calcarei affioranti lungo la gravina di Leucaspide che incide gli ultimi terrazzi degradanti sul golfo di Taranto. La grotta ha uno sviluppo planimetrico di circa 300 metri con una morfologia tipica delle condotte forzate. L’ingresso si apre sullo spalto occidentale della gravina e consente di accedere facilmente ad un corridoio lungo 42 metri, ad andamento orizzontale, alla fine del quale si dipartono altre due lunghe condotte che, dopo un biforcamento iniziale, proseguono e si sviluppano entrambe in direzione E. La cavità è molto conosciuta negli ambienti speleologici in quanto quasi tutti i gruppi pugliesi l’hanno visitata fin dagli anni ‘70 (venne catastata da Franco Orofino il 13 ottobre 1971). Il 23 settembre 2007 durante un sopralluogo insieme al Prof. Rosario Jurlaro, vennero individuate altre superfici parietali interne (circa una dozzina) che un tempo erano affrescate. Queste tracce residue si riscontrano fino a 110 metri dall’ingresso e risultano le più profonde finora scoperte in una grotta carsica pugliese. Sulla parete dell’ingresso è stata individuata, direttamente sulla roccia, una enigmatica figura stilizzata dipinta in ocra che, seppure dipinta verso l’esterno, non è stata cancellata dal tempo grazie ad un intonaco sovrapposto probabilmente in epoca medioevale. La parziale rimozione dell’intonaco ha consentito oggi di scoprire il dipinto. Le ricerche oltre che dal Prof. Rosario Jurlaro sono condotte dalla Prof.ssa Linda Safran (Università di Toronto) e dal dott. Vito Fumarola, collaboratore del Prof. Cosimo Damiano Fonseca.Classificate le ossa degli Uri pleistocenici macellati dai neandertaliani e rimaste intrappolate nella vora della grotta. Nella parte terminale della diramazione occidentale della grotta di Leucaspide furono recuperati numerosi resti faunistici del periodo Pleistocenico. I reperti, consegnati alla Soprintendenza Archeologica di Puglia, sono stati oggetto di una inventariazione preliminare curata dal nostro socio il geologo Eugenio Casavola. Le ossa sono riferibili esclusivamente a bovidi, probabilmente provenienti da un’area di macellazione neandertaliana esterna, fluitati o intenzionalmente gettati in una vora che un tempo comunicava con la grotta, dove si sono depositati inglobati nel terreno eluviale rossastro. Sono da attribuirsi ad individui giovani e di sesso femminile di Bos primigenius Bojanus, vissuti nel Pleistocene medio-superiore, che raggiungevano una mole molto maggiore rispetto a quelli dell’Olocene. Sui resti faunistici si nota l’assenza di tracce di fluitazione, i bordi delle ossa fratturate appaiono irregolari, spaccati intenzionalmente per l’estrazione del midollo con rotture oblique e perpendicolari alle diafisi.
Grotta di Pilano – Martina Franca (Ta) Descritto un campione dell’industria litica del paleolitico superiore. La grotta si presenta subito con un ampio androne, ingombro di massi, alcuni di dimensioni gigantesche, staccatisi dalla volta in epoche remote, probabilmente all’inizio dell’Olocene in quanto poggiano sulla superficie del paleosuolo pleistocenico. Questo sbarramento naturale ha successivamente impedito un dilavamento del terreno lungo il ripido declivio della gravina, preservando pressoché integri ed in giacitura primaria tutti gli orizzonti preistorici. La cavità ha uno sviluppo planimetrico superiore a 200 metri e un andamento sub-orizzontale. Consta fondamentalmente della citata ante grotta ampia 20 metri, profonda 15 e alta fino a 5 e di tre caverne interne (con numerosi diverticoli e diramazioni laterali) allineate secondo un asse NS, alcune raccordate fra loro e l’androne esterno a mezzo cunicoli e strettoie di non facile passaggio. Da una prima sommaria descrizione dell’industria litica finora rinvenuta in superficie e (consegnata alla Soprintendenza Archeologica di Puglia (c/o Museo di Egnazia), sembrano emergere elementi di carattere tecnico che morfologico significativi, permettendo di collocare il sito di Pilano tra i siti preistorici più importanti dell’Alto Salento. Nei strumenti è significativa la presenza di punte a dorso arcuato dette di “Chatelperron”, e di grattatoi carenati circolari e a muso. (Aurignaziano inferiore-medio). Alle lame a dorso si accompagnano alcune troncature, rilevate alcune punte di piccolo formato con ritocco sopraelevato demi-quina ed erto e strumenti spesso carenati con ritocchi quina. Tra i bulini, i tipi semplici sono più frequenti di quelli su ritocco. Tra le punte prevalgono quelle a dorso totale laterale le quali, oltre alle più comuni punte a dorso rettilineo, comprendono anche esemplari a dorso ricurvo. Anche le lame a dorso sono in genere microlitiche e sono rappresentate sia da esemplari a dorso laterale che bilaterale. Presenza di lame, raschiatoi, punte e denticolari. L’insieme microlitico è attribuibile ad una fase avanzata dell’epigravettiano finale di facies romanelliana, alla quale riportano i grattatoi circolari o subcircolari di piccole dimensioni, grattatoi frontali corti, nonché gli elementi a dorso bilaterale.
Grotta Parco della Vigna e della Breccia – Martina Franca (Ta) Prime indagini sull’industria litica musteriana. Si tratta di due ampi ripari che si aprono in alto sul ripido spalto orientale della gravina detta “Orimini inferiore” che incide per 3,3 chilometri il terrazzo collinare martinese degradante verso l’arco jonico. Le cavità sono prossime l’una all’altra ma separate da un prominente costone roccioso. La presenza in entrambe di una breccia ossifera (che affiora lungo i bordi delle pareti) e di un potente paleosuolo interno confermerebbero l’esistenza, in giacituta primaria, degli orizzonti preistorici di epoca neandertaliana. La parte antistante le cavità scende invece ripidamente verso il fondo della gravina ed è larga 70 metri e profonda 63. Su questa superficie, coperta da una coltre di terreno vegetale, si è conservato un’altro deposito preistorico, ma in giacitura secondaria. Là dove più forte è stata comunque l’azione erosiva delle acque alluvionali, i manufatti litici musteriani e quelli osteologici sono emersi in parte e si sono ammassati in piccole sacche rocciose del declivio, dove poi sono stati individuati a migliaia. Dall’esame della materia prima utilizzata per la fabbricazione degli strumenti litici, (effettuata su un campione di 2.119 reperti consegnati alla Soprintendenza Archeologica di Puglia c/o Museo di Egnazia), si è stabilito che l’80% è costituita da rocce sedimentarie ed eruttive che si distinguono per la loro grande compattezza e tenacia: ftanite grigio scura, diaspri vari, quarzite, quarzo-areniti, scisto, basalto olivinico, basalto e radiolarite. Queste abbondano infatti nell’area Calabro-Lucana. Proveniente dalla Puglia sembra invece la materia prima calcarea, dove si distingue quella prelevata dall’atelier paleolitico di Donna Lucrezia, affiorante tra Ceglie Messapica e Villa Castelli. Il restante 20% è in selce, quasi tutta di provenienza garganica.
Nel 2008 il C.S.A.S. ha completato la prima fase di censimento delle iscrizioni e graffiti rupestri medioevali scoperti in alcune grotte carsiche dell’Alto Salento. Lo studio completo è stato realizzato dal socio dott. Vittorio De Michele ed è in corso di stampa sul n. 4 (2008) della Rivista Speleologica “CVLTVRA IPOGEA”. Si tratta di una significativa raccolta di immagini e disegni riguardanti graffiti e iscrizioni dedicatorie che, a partire dal IX-X secolo d.C., furono incise sulle pareti e gli speleotemi di alcune grotte carsiche della murgia tarantina e brindisina.
Le cavità naturali catastale dal C.S.A.S. (ex C.D.G.) 1647 Grotta Insarti - Ceglie Messapica (BR) Catastamento in corso ____ Grotta del Duca (sin. Grotta Monte Gruttid) – Martina Franca (TA) |
| Ultimo aggiornamento Martedì 10 Agosto 2010 22:09 |